Questa mattina verso le 8,30 ho iniziato a risalire versa la sommità della Carpegna, facendo una piccola deviazione per la croce che domina sulla Valconca, nella speranza vana che la nebbia si diradasse permettendomi di raggiungere la cima. Già dall’ampio e nuovo parcheggio questo angolo di montagna a due passi da Rimini appare irriconoscibile. La seggiovia, inaugurata due anni orsono, che porta gli sciatori a 1400 metri, ha rovinato la faggeta che nascondeva il rifugio e l’antico eremo, creando con i piloni di sostegno una immensa cicatrice che solca tutta la montagna. Addirittura ho scoperto un invaso artificale per racolta delle acqua piovane, acqua che credo sia utilizzata per sparare la neve artificiale con i cannoni.
Premetto che a me piace sciare, anche se ultimamente prediligo sport meno impattanti sull’ambiente come le gite con le ciaspole. Non concepisco però queste piccole stazioni scistiche disseminate sopratutto lungo la dorsale appenninica (Catria, Cucco, Campigna, Amiata solo per ricordarne alcune), create in zone dove spesso le neve c’è solo per un paio di mesi all’anno e dove quindi si fa ampio ricorso ai cannoni. Un rapporto costi/benefici il più delle volte negativo, con contributi pubblici che servono per fare quadrare i bilanci di gestionedegli impianti. Non sarebbe forse meglio, anche per la comunità e l’indotto, puntare su un turismo, invernale ma con investimenti che andrebbero bene anche nelle altre stagioni, legato all’enogastronomia, con la nascita di rifugi e ostelli, all’escursionismo con racchette, alle slitte trainati dai cani, allo sci di fondo. La montagna non verrebbe deturpata e l’ambiente ne sarebbe sicuramente grato.